La visione 2. Una strana iniziazione alla musica

Una strana iniziazione alla musica

Stravinsky era un tipo originale. Nel suo diario, Debussy scrive: “Recentemente ho visto Stravinsky.. Dice: il mio Uccello di fuoco, la mia Sagra come un bambino direbbe: la mia trottola, il mio cerchio. È proprio un bambino viziato che ogni tanto mette le dita nella musica. Si aggira come un giovane selvaggio, con cravatte da pugno nell’occhio, baciando la mano alle signore, mentre al contempo pesta loro i piedi. Da vecchio, sarà insopportabile, o meglio non sopporterà nessuna musica; ma per ora è straordinario!”

Purtroppo le foto in bianco e nero non permettono di apprezzare i colori da pugno nell’occhio delle cravatte di Stravinsky. I filmati di lui da vecchio non fanno certo pensare a “un giovane selvaggio”. Stravinsky parla a bassa voce, scandendo e separando le parole come si usava a inizio Novecento, con la pronuncia americana degli esuli russi. I suoi modi sono signorili. E’ un vecchietto minuto e simpatico, gentilissimo, con gli occhi vispi e l’intelligenza acuta. E’ un affabulatore e ama parlare della sua musica. Sa ridere e scherzare. Fuma le sigarette con un lungo bocchino, e alle prove d’orchestra, in veste di direttore, si presenta con questo lungo bocchino in mano che sembra una bacchetta, ma quando inizia a dirigere dirige a mani libere.

Gli piacciono anche i sigari cubani. Quando Sir George Solti va a trovarlo negli anni Sessanta, gliene porta una scatola. Ama Venezia, ama i siti archeologici, ama l’arte classica. Di idee politiche conservatrici, è stato battezzato cattolico. Da giovane sarà pure stato vanesio, avrà anche portato cravatte da pugno nell’occhio, ma non aveva certo l’aria di un rivoluzionario. Le fotografie ci mostrano un piccolo uomo col bastone, con dei baffetti appena accennati, e con l’aria snob di un benestante del tempo.

Era piuttosto attaccato ai soldi, e difatti, a differenza di altri colleghi più idealisti, dopo la Rivoluzione d’ottobre andò in America a farli fruttare, i suoi soldi. Diventò esecutore della sua musica ufficialmente per mostrare a tutti come doveva essere interpretata, in realtà perché aveva scoperto che gli artisti che eseguivano le sue partiture guadagnavano più di lui. E pour cause: perché il compositore fa un lavoro che gli permette di riflettere e modificare ciò che ha scritto con tutta comodità, mentre l’esecutore che sta davanti al pubblico ha una sola occasione di farcela, e ce la deve fare. Non può dire “Scusate, torno un attimo indietro… questo ora lo rifarei così”. Per ciò c’erano esecutori che guadagnavano più di Stravinsky, e Stravinsky decise di prendere la palla al balzo: ho il migliore esecutore possibile per tutta la mia musica, disse ai discografici della CBS. Chi?, gli chiesero. Io, rispose lui convinto. Ora, Stravinsky sapeva suonare il pianoforte, ma non era un virtuoso; anzi, usava il pedale di risonanza, il pedale che copre le vergogne, con una prodigalità che da un antiromantico come lui, fautore di un linguaggio compositivo secco e di uno stile di esecuzione scarno fin quasi all’impersonalità, non ci saremmo mai aspettata. Quando dirigeva, si vedeva benissimo che non sapeva dirigere. Sapeva segnare il tempo con le mani, sì, ma gli mancava quella che ai corsi di direzione chiamano “la coreografia”. Per fortuna, le sue orchestre venivano preparate da buoni concertatori prima di arrivare alle prove con lui, e le esecuzioni finali erano quasi sempre belle. Insomma, Stravinsky s’improvvisò interprete di se stesso apparentemente perché voleva incidere le “versioni definitive” delle sue opere. Il che è piuttosto antipatico. Incise la sua opera completa in dischi che formarono la cosiddetta Stravinsky Edition. Un compositore che incide tutto se stesso e dice al mondo si fa così non è molto simpatico, è uno sgarbo alla professionalità di chi la musica la interpreta per mestiere. Ma la storia diventa più simpatica se consideriamo che a muovere Stravinsky non fu la presunzione di saper fare Stravinsky meglio di tutti, ma la possibilità di guadagno. Le altisonanti scuse artistiche nascondevano la speranza di fare un bel gruzzolo!

Un altro episodio mette in luce sia l’umorismo di Stravinsky che il suo attaccamento ai soldi. George Gershwin aveva molto successo, ma era complessato perché non aveva fatto studi musicali veri e propri. Chiese a Stravinsky di dargli lezioni di composizione. Stravinsky fu gentilissimo. Poi, per curiosità, chiese a Gershwin quanto si guadagnava con le sue canzoni. Non appena Gershwin gli disse la cifra, un esterrefatto Stravinsky rispose: “No, si cambia tutto. Sono io che prendo lezioni da lei.”

Ma forse è proprio questa la sua originalità, il suo essere selvaggio. In pieno periodo decadente, questo compositore trentenne non ostentava nessun atteggiamento rivoluzionario e romantico, era mondano, era un buon borghese e un uomo pratico, attento ai soldi e amante del tabacco e delle belle donne. E non faceva nulla per nobilitarsi e darsi un’aria più da artista.

Il primo ricordo musicale di Stravinsky, del resto, era quello di un matto che gironzolava per la tenuta di suo padre e intratteneva i bambini “suonando” le ascelle. Il piccolo Stravisky si divertiva un mondo e si mise a spernacchiare anche lui con le ascelle, finché i genitori gli proibirono di produrre una musica così indecente. Ora la sparo grossa, ma non trovo improbabile che questo approccio così primordiale e ritmico alla musica abbia avuto ripercussioni sul seguito della sua carriera, visto che per tutta la vita Stravinsky si sarebbe divertito un mondo a giocare con gli elementi primordiali della musica scomponendoli.

scritture di frontiera (Giorgio Galli)

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