Le incisioni di Gino Marinuzzi

Gino Marinuzzi ebbe l’enorme sfortuna di avere date di nascita e morte coincidenti con quelle di Mussolini: 1882-1945.
Ma naturalmente fu ben altro.
Fu il direttore d’orchestra preferito di Richard Strauss e uno dei preferiti di Puccini. Paolo Isotta lo considerò addirittura il più grande direttore d’orchestra italiano.
Cosa resta di lui? Poco: un pugno d’incisioni, realizzate con tecnica di ripresa approssimativa, ma che bastano a testimoniare in lui uno dei direttori più energici del Novecento italiano: come Toscanini, come Guarnieri -altro grande di cui resta poco-, come Ferrara.
Il Novecento è stato poco generoso coi direttori d’orchestra italiani: è come se la figura gigantesca di Toscanini li avesse inghiottiti tutti.
Guido Cantelli, il prediletto di Toscanini, morì in un incidente arero a trentasei anni, nel 1956. Franco Ferrara, forse il più grande di tutti, colui che incuteva soggezione a Bernstein, Celibidache e Karajan, non poté avere una propria carriera perché sveniva sul podio: e non s’è mai capita la ragione di questa sua malattia.
Guarnieri, che alcuni preferivano addirittura a Toscanini, era così schivo e autocritico che lasciò dietro di sé pochissime registrazioni e una scia di aneddoti che svaniscono mano a mano che cadono nella tomba quelli che l’hanno conosciuto.
L’unico, di quella generazione, che ha lasciato una discreta eredità discografica è stato Victor De Sabata; ma l’eredità di De Sabata è discontinua: era un direttore capace di grandi alti e bassi, e la discografia non gli rende giustizia.

Anche di Marinuzzi è rimasto poco. Essenzialmente, un’opera completa –La forza del destino di Verdi- e un nugolo d’incisioni realizzate con l’orchestra della Scala nei primi anni Quaranta.

Innanzitutto la sinfonia di Norma: un’interpretazione che ricorda quella di Ferrara per la verve ritmica, con il sovrappiù di una qualità timbrica perforante, evidente anche a dispetto di una registrazione non eccelsa.

Poi l’ouverture della Gazza ladra di Rossini, dove un meraviglioso Marinuzzi intende il crescendo rossiniano non solo come un fatto dinamico, ma anche ritmico, stringendo i tempi inavvertibilmente ma irresistibilmente a partire da un inizio molto cadenzato e solenne. Spettacolare il suono delle percussioni, che è quasi dentro quello degli ottoni, e quello dei legni che a tratti sembrano far pernacchie. Una grande ironia, veramente rossiniana, pur all’interno di tempi più comodi di quelli in uso oggi -ma più vicini, probabilmente, ai tempi dell’epoca dell’autore.
Marinuzzi, al pari di Toscanini, intende i due rulli iniziali come un botta e risposta, con il primo in fortissimo e il secondo in pianissimo; ma poi prende una strada tutta sua, sganciata da quella di Toscanini. C’è molta aria in questa esecuzione, una sovrana trasparenza di suono. Tutto si sente, tutto è chiaro.

Poi, sempre di Rossini, l’ouverture del Barbiere. Lo stile è nettamente diverso da quello a cui siamo abituati dopo Toscanini: i pianissimi toscaniniani non ci sono, il suono risulta più brusco, gli effetti di “botta e risposta” fra gli archi sono ridotti al minimo essenziale; Marinuzzi ricorda piuttosto le interpretazioni di Pietro Mascagni, consegnate al grammofono nel 1927, con la loro minore presenza di nuances. I crescendo non sono delle bombe a orologeria come quelli di Toscanini. Di toscaniniano c’è però il senso propulsivo del ritmo, mentre, rispetto al direttore parmense, Marinuzzi sfoggia una più considerevole dose d’ironia.

E vediamo alla sinfonia della Forza del destino di Verdi. L’unico direttore che sta al pari di Toscanini qui è Franco Ferrara. Marinuzzi, però, sembra di un’altra scuola. La sua lettura è più vicina a quella di Mitropoulos: segmenta la tensione tra i diversi episodi anziché farne un continuo incalzante, anticipando così la lezione del più irregolare e atipico direttore d’orchestra del Novecento. Come lui, Marinuzzi non sembra interessato al timbro. Diversamente da Mitropoulos, però, conserva certe tipicità dello stile ottocentesco, ad esempio la preferenza per l’insieme su sfumature e dettagli, e un certo modo di usare tempi diversi per sezioni diverse dell’orchestra.

Marinuzzi, insomma, appare l’esponente di uno stile di passaggio fra quello ottocentesco e il nuovo corso impresso da Toscanini.
È probabile che Richard Strauss ravvisasse delle somiglianze fra il proprio modo di dirigere, ironico e scattante, e quello di Marinuzzi -e sarebbe bello poter ascoltare delle testimonianze registrate dello Strauss di Marinuzzi: ma purtroppo non ve ne sono.
 

scritture di frontiera (Giorgio Galli)

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