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LA FORZA DI GRAVITÀ NON DORME MAI
Se solo l’editoria italiana avesse la cura e la disciplina – nell’accezione buona del termine – utilizzata dalle case editrici d’arte, chissà forse – forse – questa crisi perenne del settore non sarebbe così pesante.
Uscito per la benemerita Prearo editore che ha curato l’opera con lavoro a dir poco certosino, e con un apparato critico di Filippo Bosco e contributi di Gianfranco Maraniello, PENONE è davvero un’opera monumentale.
Grazie ai testi dello stesso Penone, che non sono solo corredo ma parte integrante ed essenziale per comprenderne non solo l’operato ma il valore e il portato della preparazione delle opere, il volume – corposissimo e ricco di immagini come di apparato testuale – rappresenta un acquisto davvero imperdibile per chi si interessa di arte in Italia, e per chi si vuole avvicinare all’opera dell’artista piemontese.
In particolare vengono analizzati con precisione e autoanalisi i primi anni del lavoro di Penone, concentrandosi a quasi sessant’anni da allora, sugli anni ’68, ’69, e ’70.
Si tratta dei percorsi che si sono rivelati poi in Alpi Marittime, Tempo, alberi, cunei, e Rovesciare i propri occhi: il lettore ha così il privilegio di entrare nella macchina incubatrice della filosofia e del pensiero di Penone da una prospettiva sicuramente inedita grazie ai pensieri e alle riflessioni che hanno portato all’elaborazione dell’idea originaria dell’artista.
Innegabile come Perrone fin dall’inizio auspici il contatto, la ricerca di un dialogo costante fra l’uomo e la natura, composto da un incessante innervarsi reciproco dove la natura contamina l’uomo e viceversa, un luogo – che nelle opere analizzate dal volume è sempre un luogo non ancora intaccato dall’umano – che diventi azione, e un’azione che diventi tempo, inteso come percezione dell’intorno regolata dall’intensità del sentire.
E così legni che vengono portati alla loro radice primigenia – il loro essere stati alberi – alberi che subiscono la presenza dell’uomo per tentare un avvicinamento fra umano e natura, un’interferenza, un contatto fra due esistenze.
E ancora il terrazzo di terra – del 1967, originariamente nell’embrione dell’artista, sospeso a venti metri di altezza – che diviene opera del vento, le pietre immutate dall’età che hanno la meglio sui ritratti di bambini che saranno resi irriconoscibili dallo scorrere degli anni: l’intenzione di Perrone è quella di provocare forme per accostare l’opera al fluire della natura.
L’intreccio di tre alberelli, la mano dell’artista che diventa scultura del tempo, le lenti a contatto specchianti che coprono iride e pupille e reinventano una realtà cieca, sono tutti tentativi di comprensione della realtà, ma anche di reinvenzione della stessa.
Tuffarsi nel cantiere di Perrone attraverso la lettura del volume edito da Prearo diventa per chi legge un’operazione simile a quella della trasformazione della terra in creta, ci si sente parte del tentativo di comprensione della materia che scolpisce le nostre giornate.
(Giuseppe Rizza)



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