Recensioni
Perchè me ne sono andato

Credo che nessuno, opinione personalissima, abbia raccontato e racconti la Sicilia come abbia fatto e faccia Ferdinando Scianna, “il figlio dei limoni”, e vedendo questo film di Andò su di lui ne sono ancora più convinto.
C’è una scena in cui Scianna racconta che ogni volta che torna in Sicilia e sente quegli odori si chiede, Ma perché me ne sono andato;
poi, non passa molto tempo che, dice Scianna, mi chiedo, Perché me ne sono andato così tardi.

Sono figlio di molte fotografie, direi figlio della sua visione, scattate da Ferdinando Scianna in Sicilia e sulla Sicilia (“I siciliani” è uno dei suoi libri epico, ed essendo epico introvabile), e credo convintamente che lui sia un narratore, uno di quelli che nulla ha da invidiare a Verga, Pirandello, Sciascia nel racconto della sua terra.

Uno degli aforismi, forse definirlo aforisma è riduttivo anche in questo caso, che ho fatto mio durante la mia vita è suo, e dice:
Il sole mi piace perché fa ombra.
Scianna, che si definisce Figlio dei limoni perché il padre questo faceva, li coltivava, viene definito da Andò in questo suo recente “Ferdinando Scianna, il fotografo dell’ombra” come un narratore che ha costruito il racconto (e racconto è una parola che ritorna spesso durante il film) della sua Sicilia e della sua vita divenendo paradigma letterario.
Lo confessa Scianna stesso, che lui voleva diventare scrittore, uno scrittore che però è stato condannato al presente perché condannato a riprendere ciò che accade adesso, e non nel passato o nel futuro, come i tanti scrittori immortalati dal fotografo di Bagheria.

Il ritratto di Andò è un mosaico di altri ritratti, su tutti quello di Sciascia, continuamente evocato come uno spettro, e di cui Scianna ci regala la sua ultima fotografia qualche giorno prima di morire, ma anche di Borges, Cartier Bresson, Berengo Gardin…
Eppure lo stesso film inizia descrivendo quanto l’opera dei fotografi sia anche quella di inventare, come quell’unico fotografo di Bagheria che doveva modificare a matita gli occhi dei ritratti che gli venivano commissionati (“fallu veniri bbonu” racconta Tornatore nel film) compresi soprattutto quelli dei morti, degli anziani che hanno rifiutato di farsi fotografare ben sapendo che quella sarebbe stata la fotografia che sarebbe stata impressa sulla loro lapide.

E mi viene impossibile non citare ancora lo Scianna narratore che sostiene, con occhio caravaggesco: “Più il sole è forte, più il nero è scuro”.
Al cinema, per i pochi fortunati che lo troveranno in sala, con l’ultima segreta speranza che Scianna riesca a concludere il suo libro mai uscito su Sciascia.
a cura di Giuseppe Rizza
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