Las nubes (XII)

di Guilermo Piro

trad. Piero Dal Bon
continua […]
A Horacio Zabalijuderguei
Gabriela Liffschitz

 

POST-SCRIPTUM

 

Zelo Buon Persico, 8 di marzo 1991

 

                           Non era uniforme massa nuvolosa, ma era costruita in differenti sezioni simili a edifici giganti e solcata lungo tutta la lunghezza da un corso, la più bianca e solitaria che sia mai esistita. Corridoi con piani lavorati dal tempo – quello che nella pietra piglia milioni di anni nella nube scoppia in pochi secondi – formando absidi e entrate, arricchiti con rilievi e cesellature. Alcune grotte erano rotonde come finestre; altre, vicino alla base, si aprivano come porte. Macchie oscure sparpagliate, come incidenti prodotti dall’uso, come questi orifizi scavati dal vento nelle pareti di roccia, nelle scogliere dove vanno a trovare nido gli uccelli marini, o come l’aspetto che presenta l’unico muro che rimane in piedi in una città fantasma. A differenza di altre nubi questa non pendeva in pieghe come una tela; opponeva resistenza ad essere spostata bruscamente, ma concedeva a sé stessa il privilegio di non essere uguale ai suoi antenati, a quella che era stata appena cinque minuti prima. Sembrava scomporsi come il cadavere di un animale. Sembrava scomporsi come il cadavere di un animale; rimanendo apparentemente intatto ma in realtà lavorando, torturato, esplorato, mozzato, divorato da ogni parte, da dentro a fuori. I picchi terminavano in cupole di un bianco più ardente che il resto della nube, piuttosto grigia e spenta. Sembravano qualcosa di solido, qualità di bronzo, granito, marmo. Ghiaccio perpetuo, di mille metri di spessore. Queste cupole restituivano l’ultimo aspetto di una architettura bizantina a questa nube irresistibile, a questa caverna irresistibile fatta di sabbia salata. Era così grande che una squadriglia di aerei avrebbe potuto volare in formazione dentro le sue mura. Tanto potente che si sarebbe disintegrata volontariamente davanti allo sguardo de più di un testimone. E questo era tutto quello che avrebbe fatto la pioggia. La nube era come un pugno sopra il bosco.

             All’inizio aveva deciso di studiarla completamente, fino a saperla a memoria. Ma la nube cambiava continuamente di forma; si allungava, si gonfiava, come una bolla di sapone, oppure si restringeva, diveniva appuntita, si trasformava in cubo, in triangolo, in palazzo. Girava su sé stessa, come un rinoceronte ferito nel cuore. Era necessario accontentarsi vedendola, vedendola di nuovo in ogni secondo, senza sazietà. L’azzurro. La nube. Il bosco. Il marmo. Le pompe minuscole che esplodevano. I vermi che esploravano, nutrendosi, riproducendosi. La forma della parte alta. Quella della base. El riflesso della luce, alla destra. La curva. La linea verticale. L’orlo pulito, arrotondato. La massa che girava e girava. Su e giù. Nel mezzo. A destra, a sinistra, salendo, scendendo. L’azzurro del cielo. Non aveva mai fine, quello.

             E’ impossibile fuggire; ogni cosa, ogni essere è catturato di sorpresa, in pieno volo.

      continua […]

Las nubes

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