Traduzioni
Las nubes (XIII)
di Guilermo Piro
POST-SCRIPTUM![]()
Le nubi sono esseri molto perseveranti – possiedano quasi il monopolio delle forme rivelate- e malgrado questo non sanno quello che fanno. Deve essere l’ignoranza quello che le rende tanto superficialmente coraggiose. Non sanno che stanno tendendo trappole di bellezza e di morte a chiunque sappia vederle in tutta la loro radiante insolenza. Non sanno che stanno aprendo le porte dell’inferno a tutti quelli che sono avidi di un poco di immobilità, di silenzio.
Succede lo stesso a qualsiasi altra oggetto; un bicchiere, per esempio. Un bicchiere come tutti gli altri, il precipitato prodotto di una fabbrica che li fabbrica a migliaia, identici a quelli. E nonostante questo, al vederlo, uno si sente intenerito da una specie di emozione. E’ un oggetto tra altri oggetti, un’arma; un’arma pura e superba che sta là, collocata su di un tavolo, come una torre, senza vedere, senza muoversi, senza voler parlare. Tanto bella e tanto tranquilla che uno desidererebbe che rimanesse al suo posto per l’eternità, senza che nessuno la toccasse, la sporcasse o la rompesse. Gli uomini non sanno quello che fanno colle mani; è possibile che anche loro ignorino che stanno tendendo trappole di bellezza e di morte.
Ma vedere non è sufficiente. E’ necessario allora palpare la forma arrotondata, cavata, fredda e scivolosa del bicchiere. E’ necessario applicarla a ogni parte del corpo per conoscerla bene, come fanno i ciechi o certi autisti. Allora la mano avanza dubitando sulla tavola nuda. I dati toccano la parete trasparente, ma è troppo tardi, anche il bicchiere girando su sé stesso – esattamente come un rinoceronte ferito nel cuore – cercando un equilibrio, disperatamente. Dopo, di colpo, senza sapere davvero perché, lo vediamo sparire nel vuoto, come una stella. Il rumore della caduta risuona seccamente una sola volta prima del silenzio; poi rimaneva immobile a terra, scosso da piccole convulsioni elettriche, splendendo nell’ombra con tutta la forza dei suoi pezzi, acuti come unghie, irti come coltelli. Ma è forse meglio così; una bellezza tanto grande, un’immensità come quella, avrebbe finito per renderci pazzi.
Questa è la realtà. Sembrerebbe che l’unico interesse delle cose consista nel raggiungere una certa ripercussione, pur se effimera, sullo spirito di chi la guarda. Ma non ne sono del tutto certo. Probabilmente non esiste nessuna parola né idea, ma nemmeno nessuna sensazione che possano spiegarlo. L’unica cosa certa è che la nube stava lì, scappando al tempo e al ricordo. Era azione, azione propria di vedere, azione molteplice e simultanea che entrava in me per non uscire più.
Trionfo. Un trionfo.
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