Traduzioni
Las nubes (XI)
di Guilermo Piro
POST-SCRIPTUM
Buenos Aires, 18 maggio 1988

La nube non ha morte degna. Non muore, e se questo le succede, bisogna affermare che vince con il morire. Qualcosa in lei allora pensa, ragiona, inferisce, conclude, giudica, deduce; fa precisamente quello che prima non faceva. Si trova sbarazzata della sua massa, massa nella quale si trovava sepolta senza funzione, ma con movimento. Perfino direi che si vergogna del suo stesso corpo, di quelle cime grezze e quelle scale imperfette alle quali durante tanto tempo si è vista legata e delle quali non ha potuto fare più che una nube.
Tutto quello che era stato, tutto quello che riducibile al movimento, quello che davvero importa, era stato, smette di essere, e in un istante, dal nulla, si fa macchina, molla
Qualcosa in lei allora pensa, ragiona.
Inutile chirurgia. Intatta. Intatta rimane la memoria. Intatta la memoria nell’oblio della sua anima, un’anima occupata nel gonfiarsi, nell’assimilare, nel trasferirsi. Nella comunicazione. Nel disastro, anche. E nella censura.
Leone. Alata pantera. Dragone che non appena muore occulta la ferita che le hanno fatto, ma che la occulta fuori di sé, che la omette. Dragone che simula morire, mostro che non smette, nube che ricomincia, non sa cosa sia l’esistenza, quest’assente che tutto domina e che lascia la sua preda nello stesso momento in cui si mostra.
Cambia la faccia il sapere e lei non sa. Questo fenomeno di morosità, questo leggero mostro, non trova mai un’uscita. Si scaglia contro sé stesso, improbabile suicidio. Torna a formarsi, lei, la degna, ma viaggiatrice muta di pericolosa traversata, quella che solamente necessita di una macchia di cielo in cui fermarsi a trascorrere.
Non si può parlare di disgrazie; non lo tollererebbe. Sulla sua vita decide, non già come unica uscita, quella che non raccomanderebbe a nessuno perché non crede che esista nessuno che possa soffrire tanto quanto lei, ma come unica fuga, la disintegrazione, la cosa più simile a una morte degna e che non arriva mai a esserlo perché in cui avviene, nel momento davvero fatale in cui avviene, obbliga a chiedere si è stata mai viva.
In qualche modo, in qualche luogo inarrivabile, deve avere una sua memoria l’oblio.
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