Virginia Woolf? – a cura di Lisa Orlando

You gave us the greatest possible happiness!

[Oggi, 28 marzo, Virginia Woolf andava a togliersi la vita nel fiume Ouse; oggi vorrei ricordarla, e non per il gesto funebre di imprimere il lutto (che nessuna lacrima, tra l’altro, potrebbe risarcire), ma, semplicemente, per farla rivivere, ancora, fra noi.]

Più che sorbire il tè in una sala nebbiosa, Virginia Woolf amava, sopra ogni altra cosa, camminare per la sua città, deambulando per le strade, le piazze, tra i mercati, la gente.
Là, dove Londra sprizzava bagliori, là, dove Londra s’indossava la vita, là, con uno sguardo mai stanco e sempre picchiettato di curiosità, giungeva lei.
“Londra di per sé m’attrae sempre, mi stimola”, scriveva nel suo diario, “mi offre drammi, e storie, e poesie, senza che debba disturbarmi a far altro che muovere le gambe… Non c’è riposo più grande che camminare da soli per la città”. In molti suoi saggi e romanzi, infatti, Londra è sempre lì, in quelle sue pagine, funambolicamente sfaccettata, prismaticamente cangiante, con le sue folle, i suoi mercati, i parchi, le bancarelle a Oxford Street, gli omnibus, le terrazze di Mayfair, le luci notturne. 
Mai più nessuno scrittore, dopo di lei, ha saputo rappresentare la realtà in quel modo: ironico e commosso, spigoloso e tondo, a fuoco e in dissolvenza.
Virginia Woolf resta e resterà sempre, sulla scena letteraria, la più grande scrittrice d’avanguardia del Novecento europeo, e non solo per quella singolare abilità di descrizione, ma per una capacità di pensiero assolutamente fuori dal comune. 
Una persona “most unpleased”, estremamente spiacevole, così la definì sua sorella Vanessa, e non certo perché fosse una persona tetra o malinconica, anzi, lei era una donna inebriante, ironica, fervida. La sua compagnia era incantevole; sapeva gustare ogni iridescenza del mondo e dell’attimo. Eppure, nonostante questo, era unpleased, nel senso di non compiacente, incontentabile nell’inchiostro, sempre inquieta nella vita. E’ come se, coscientemente, si proponesse di non allearsi col mondo esterno, optando per un altro sole, un’altra luna. Di certo non visse in solitudine, ma scelse l’anticonformismo: prendeva caffè alla sera non di certo tè alle cinque del pomeriggio. A questo punto, vien da pensare che anche il buio – “quella notte funesta” – che, ostinatamente, coltivò dentro di sé per tutta la vita, fu un modo per preservare la propria individualità, ovvero quel tratto singolare, intimo, dov’era custodita, tra l’altro, quella riserva di sensazioni e di sentimenti cui Virginia Woolf attinse instancabilmente per la propria poesia. 

Certamente anche in ambito letterario fu una outsider, un’irregolare. Lei fu il fuoco guizzante che ardeva fra le ruvide pagine della vecchia prosa. Lei fu l’angelo alato che trasportava la spessa materia tra le colline nel cielo. Non ebbe paura di rivoltarsi contro il solido blocco dei suoi predecessori, convinta che il romanzo tradizionale non corrispondeva più alla realtà mutata. Nel ‘22, quindi, si liberò di tutte le briglie, mollò gli ormeggi e si lanciò verso un uragano che mandasse in frantumi lunghi secoli di tradizionalismo. Scrisse “La Camera di Giacobbe”, il suo primo romanzo destrutturato dedicato all’amato fratello morto. Nei suoi romanzi, Virginia Woolf, introdusse il monologo interiore; in tal modo poteva immergersi nelle sue creature trasferendogli la sua stessa linfa, il suo stesso sangue, e penetrare fin nelle loro intimità, lasciandone riaffiorare gli aspetti più interiori. Lei fu la brillante sperimentatrice in umanità. Insaziabile come la morte nel suo desiderio di saggiare i motivi esatti dell’atto del vivere umano. 
Nonostante i vari successi letterari ottenuti con “La signora Dalloway” , “Gita al faro” e “Orlando”, Virginia Woolf ben sapeva che ancora non aveva scritto il suo “vero” romanzo. E per scriverlo doveva rientrare nel “convento”, poiché tale era la sua immaginazione: un luogo sacro. Per il suo nuovo libro, cercò disperatamente di cancellarsi come narratrice, ammutolirsi come voce. Non le interessava più né la psicologia, né la personalità. Volle piuttosto l’impersonalità della poesia, e con essa, l’astrattezza d’una lingua che raccontasse di tutti e di ciascuno, e cantasse ciò che era comune e non personale. Scrisse “The Waves”. Era il 1933. 
“Io scrivo a ritmo non a trama”, confessò a proposito di questo romanzo. E il ritmo fu quello sempre uguale, eternamente mobile, eternamente ripetitivo delle onde. E le sue onde furono acqua, aria, furono suono, energia, furono danza, poesia. L’onda è materna, l’onda è liquida, l’onda sostiene, ma è proprio contro quest’onda che l’uomo deve sforzarsi di esistere, in un difficile equilibrio tra unità e separazione. Il romanzo, infatti, fu costruito sulla continua contrapposizione fra le onde imponenti che sopraffanno e annegano, e il continuo sforzo di esistere dell’uomo. 

E ora? Cosa potrei raccontare, ancora, di lei? Di quando vedeva i corvi volare e si chiedeva: “Qual è la frase per quel volo?”, di quando vedeva l’eclissi di sole e si domandava: “Come descriverò l’oscurità? Un tutto improvviso? Si è alla mercé del cielo?”. Virginia Woolf non smise mai di descrivere gli atomi neri sospesi nell’aria chiara. Quello fu tutto il suo amore. Tutto il suo talento. 
Poi, un giorno, smise di farlo. Smise di raccontare. E fu la malinconia del crepuscolo.
Non dirò del giorno funesto, non dirò di quando lasciò la sua luce, le sue falene, non rivelerò l’antico sgomento, la neve nera che bruciò i suoi occhi, so che non l’avrebbe voluto. Mi piacerebbe raccontare, invece, di quanto la sua voce resista, e vada, in eterno, verso la riva. Mi par di sentirla, prodigiosa, misericordiosa, fiabesca, gioiosa, – la sentite anche voi? – la sua voce che canta, forte, l’amore per la vita.

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