Dall’iconoclastia all’arte contemporanea 5

a cura di Alex Cantarelli

Parte II.

Le radici teoriche dell’iconoclastia.

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2.

Quando Jehan Cauvin, Giovanni Calvino, nei primi decenni del 1500 incita i suoi seguaci a distruggere le immagini sacre, si rifà al dettato biblico, pur nella consapevolezza umanistica di chi conosceva il pensiero di Platone, e da tale pensiero veniva permeato. Alla radice dell’iconoclastia religiosa non c’è altro che il disgusto per il tentativo di rappresentare l’idea di Dio, di racchiuderla in un’immagine e l’aspra consapevolezza che tale immagine è l’unica forma visibile della divinità, che la divinità stessa non appare, ancor meno si fa presente per la Chiesa Riformata, se non attraverso le immagini sacre.

L’iconoclastia attribuisce un enorme significato alla rappresentazione artistica, la quale se non manifestasse il grande disagio del racchiudere l’idea in una forma concreta e per giunta ideale o simbolica, perderebbe ogni virulenza. Di fatto l’iconoclastia ha inconsapevolmente attribuito forza alla rappresentazione artistica, primariamente religiosa. Attribuendole un pericolo le ha anche attribuito sostanza e rilevanza.

Il progresso nella raffigurazione pittorica o scultorea, prima di ogni pensiero umanistico, è legata al desiderio dell’artista di rendere l’immagine più fedele possibile all’originale, all’idea e al contempo più peculiare possibile, perché il culto delle immagini non fosse confuso e disperso; ogni martire aveva le sue proprie caratteristiche speciali nell’iconografia, e molto rilievo, nei primi secoli della cristianità medievale, venne dato alla storia della vita dei Santi, non come individui a sé, ma come imitatori della figura del Cristo.

Il polo opposto della ricerca del dettaglio pittorico e del tentativo di approfondire la descrizione religiosa nell’opera pittorica è rappresentato dall’iconoclastia. L’enorme Croce nell’abside di Sant’Irene a Istambul che sostituisce le immagini sacre è un simbolo eloquente di questa polarità. Quel simbolo è una sorta di astrazione figurata che rappresenta in modo conciso e significativo il sacrificio di Cristo e indirettamente la divinità nella sua caratteristica peculiare, la morte in Croce e la Resurrezione. Il simbolo della Croce è una rappresentazione, qualcosa di figurativo e simbolico allo stesso tempo, segno evidente che il culto porta con sé la necessità di raffigurare Dio e che il dualismo simbolo-idea è tutto interno al campo invalicabile della rappresentazione.

Ci si chiede come mai un riformatore come Calvino possa aver aderito e promosso la distruzione degli “idoli”, che in fondo non erano pagani ma cristiani. Un capitolo a parte meriterebbe infatti l’iconoclastia che mira a distruggere i simboli delle religioni “concorrenti”, fatto permeato di odio e fanatismo, che poco ha a che vedere con il fattore ideale, pur provenendone, in modo remoto. Ma per Calvino non si tratta di una guerra di religione, o meglio ridurre il fenomeno a un conflitto interreligioso è profondamente riduttivo. In più, tra le Chiese colpite dalla rivolta iconoclasta puritana e calvinista vi erano anche molte Chiese riformate . 16

La rivolta iconoclasta calvinista che iniziò nella riformata Zurigo e si diffuse in tutta Europa, fino alla Francia delle Guerre di religione, si inserisce in quel ventaglio di azioni e pensieri conseguenti al celebre ritorno alle Scritture promosso dal luteranesimo. Ritorno che conteneva in sé tratti moderni, ma anche pesanti cessioni alla tradizione e all’oscurantismo. Non si giustifica storicamente; venne politicamente contenuta e non si ripresentò più in modo corposo nella tradizione cristiana. Lutero stesso fu fortemente scettico verso la critica delle immagini. Ritorno alle Scritture ma anche un certo pauperismo e istinto semplificatorio contraddistinguono la Chiesa calvinista anche dopo la fine della furia iconoclasta. La chiesa calvinista non adora immagini, non si crea immagini di Santi. I luoghi di culto sono disadorni . L’arte esce dalle Chiese ed entra nelle 17 case.

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Note 

16 La furia iconoclasta colpì nelle Fiandre molte Chiese e parrocchie, fra queste le Chiese di Veurne, Ieper, Wervik, Warneton, Bailleul, Bergues, Kassel, Bourbourg, Steenvoorde. Dal 1566 poi furono colpite le Chiese di Anversa, Oudenaarde, Gand ed altre. Cfr. Ronald Cohn, Jesse Russell, Beeldenstorm, Vsd 2013 e Koenraad Jonckheere, Antwerp Art after Iconoclasm: Experiments in Decorum, 1566-1585, Yale University Press 2013

17 Può apparire paradossale, o se non altro “circolare”, il fatto che la necessità di rappresentare non solo non viene  alterata dalla furia iconoclasta, ma dà luogo ad un soggetto parallelo come quello della rappresentazione delle chiese disadorne. Vd. ad esempio Dirck van Delen, “Interno di una Chiesa con figure” e anche, più eslicitamente, “Iconoclastia in una Chiesa” (1630) o Peter Jansz Saeredam, “Interno del Coro di Sint-Bavokerk ad Haarlem”, 1660, Worcester Art Museum, Worcester oltre a moltissimi altri esempi 

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