third culture kids, Emily Weinreich (II)

a cura di Elisa Audino

continua […]

A PHEASANT HIDES HIS POT OF GOLD

 

When the pheasant crawled to the mountainside,

his sequined feathers widened in the rain.

 

Poised upon his darkened head, a crown

of old colors now drinking gray.

 

Holding and carrying along a thorn and key,

his eye was set upon a stone

of broken marble, chipped into oblivion

upon that weathered mountainside.

 

IL FAGIANO E LA MONTAGNA

 

Guardai il fagiano che scalava la montagna

gli occhi di piuma che nella pioggia si spalancavano.

 

Sulla testa oscura una corona

ubriaca di grigio

ormai antica.

 

Con sé una chiave-spina

e l’occhio lo poso su una pietra di marmo rotto

abbandonato su quel fianco montagnoso

scheggiato nell’oblio.

Il fagiano e la montagna riflette, invece, un approccio unico. La traduzione italiana inizia in modo così diverso dall’originale perché, curiosamente, è stato il primo pezzo che ho tradotto per il libro, e come tale ha assunto una forma metafisica! I primi due versi riflettono una prospettiva interna. Io sono lì a leggere la poesia per la prima volta da fuori come traduttore, e sono lì dentro la poesia, che vedo il fagiano per la prima volta. Quindi volevo che il pezzo riflettesse ciò che vedevo per la prima volta con uno sguardo diverso, metafisico.

LE DONNE CHE TACCIONO (O, ASHERAH)

 

Chiedo alle donne che tacciono:

cosa fai, tu creatura muta, nel sonno?

In quel regno di tombe giganti, un pozzo

dove cascano i desideri e lambiscono le pietre in

misere onde.

Vorresti magari un sogno potente

che non ricordi il silenzio terrestre

compatto nel cemento che ti rinchiude qui dentro,

solo la musica di compagnia che

si accalca contro la pietra

che si arrampica per uscire

per pronunciare finalmente un nome – il tuo.

 

Che ne faccio di questo? Cosa dico? Cosa penso?

Il mio amore solitario per te e legato ad un’asherah

o forse lo trovo anche in un vaso di mirto pieno di noci.

Schiacciarne una e sentire il tuo nome –

Dei! Gioia migliore non saprei dire.

 

Chi chiede a una donna muta il suo nome?

La domanda rimane se lo ricorda

se lo annuncia alla folla onorata

che la rinchiuse nel suo silenzio.

Ma chi lo direbbe se non lei?

 

Una volta – una favola! –

Alle acque l’ho chiesto a voce alta.

I pascoli come madri tenevano

risposte non già divulgate nelle erbacce

e io bambina misi la bocca nel mare per fischiare

una corrente tutta mia

per scuotere le canne e sentire

un nome liberato dalle radici.

 

Non vidi l’onda come venne giù

una corrente di fango e blu

coperta di una furia radicale, una profondità che

affondò una nave

e mutò il mare. Non sentii più niente.

 

Che ne faccio di questo? Cosa dico? Cosa penso?

Dove trovare una donna silenziosa che dorme un

sogno potente

pur di sentire il suo nome?

Nel fruscio del mare sperai di trovarla ma a una donna

silente chiedere un nome che non sa pronunciare –

sentii solo il peso di una natura taciuta.

 

Chi sono Le donne che tacciono e com’è nata questa poesia? Una delle più belle, a mio parere.

Recentemente ne ho parlato con un’amica, che mi ha detto di averla interpretata come una poesia di coming out di una donna trans, e mi aveva molto commosso. Mi fa tanto piacere sapere che Le donne che tacciono abbia una certa risonanza – vuol dire che non moriranno mai, queste donne.

La poesia è nata dopo un esame alla triennale sulle origini del Dio abramitico, con la grande prof.ssa di religioni antiche Francesca Stavrakopoulou. Asherah è la dea cananea della fertilità e consorte di Yahweh, il dio del popolo ebraico nel regno di Israele e Giuda nell’Età di ferro. Verso la fine dell’esilio babilonese Asherah fu molto probabilmente eliminata dai testi ebraici dai redattori che preferivano una storia del popolo di Israele che venerava solo un dio (maschio). La poesia è dedicata a tutte le donne nella storia che sono state derubate della loro voce e della loro esistenza da uomini potenti. Per me è una poesia di speranza; il solo fatto di pensare a loro e di pronunciare il loro nome li riporta in vita.

 

Infine, una domanda più ‘politica’. Le tensioni mondiali sono sempre più forti, rispetto delle differenze, identità, globalizzazione, tutto va in direzioni opposte. Voi, viaggiatori, sembrate gli unici ad aver colto il senso della comune umanità. Nnamdi Oguike, un autore nigeriano, mi ha detto una volta di aver paura delle differenze, perché le differenze dividono: era una raccomandazione a non perdere di vista l’unico sole sotto cui viviamo. Penso a cose come l’indipendentismo catalano e mi chiedo se oggi abbia ancora senso lottare per una nuova nazione. Poi, però ci sono l’Ucraina, la Palestina. Dividersi, unirsi, è complesso capire cosa sia giusto fare.

Dunque, posso parlare solo come (cis)donna bianca – per me è importante riconoscere questo privilegio. Non ho mai dovuto lottare per il mio diritto di esistere, come i palestinesi, gli ucraini o i congolesi. Non conosciamo la loro situazione di prima mano, ma grazie a questo privilegio possiamo (e dobbiamo) dare loro lo spazio e il sostegno di cui hanno bisogno nella loro lotta per l’indipendenza e la libertà dal colonialismo, dall’imperialismo e da altri sistemi di oppressione. Penso che mettiamo in discussione la loro lotta per l’indipendenza politica proprio a causa delle nostre posizioni privilegiate, e perché i sistemi oppressivi spingono attivamente per una retorica “Noi contro Loro” in modo che non abbiamo altra scelta che mettere in discussione la lotta per l’indipendenza dalla nostra prospettiva.

Penso che le differenze ci dividano perché i sistemi oppressivi in cui viviamo spingono attivamente per questo. È il classico divide et impera, quindi dobbiamo continuare a ricordare che i nostri nemici non sono quelli che sono diversi da noi, ma quelli che spingono continuamente per queste differenze e che ne traggono profitto quando ci mettiamo l’uno contro l’altro invece di stare insieme contro di loro. Credo che il primo passo sia quello di riconoscere le nostre posizioni di privilegio e di essere solidali con chi ha bisogno del nostro sostegno per combattere i sistemi di oppressione. Non sappiamo mai quando sarà il nostro turno.

 

da SUNGIR (UN FUNERALE PALEOLITICO)

 

[…]

 

Quando dormirò sotto la notte eterna chi piangerà per

me?

Tengo un pallore antico nel cuore che trema pesa e

soffre

quando li penso avvolti in pellicce scuoiate da mani

nostre

infeltrite e d’ocra rossa;

li ricordo alla luce di nostra madre.

Cosa fanno quando li penso – vivono o non vivono? Li

ho visti al buio

e li ho visti alla luce

ma a quale binario mi tengo se sono infiniti quando

apro la mente

slegati ad occhi chiusi

eppure lì, buttati nella terra

li vedo pesanti – un dono all’eternità?

 

Se sono persi è solo alla terra.

Vedete, non camminano più lasciando tracce

ma respirano in me.

Col mio fiato li amerò

sprofondati in quel sogno che accoglie tutti:

respirano come nel sonno

una brezza che porta al giorno.

Usciranno anche quando la luna è alta e le fiamme per

vivere ingoiano il buio.

Intorno alle fiamme canterò di loro.

 

Fratelli, vi dico:

sono con me.

Sono pallidi ma vivono.

Sempre vivono. Sempre vivono.