LO STRAMPARLONE 3

a cura di Manuel Omar Triscari

LE OPERE E I GIORNI.

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Nel Dicembre del 1956 sposa Eliška Plevová, da lui affettuosamente chiamata con l’appellativo Pipsi, e nello stesso anni pubblica un piccolo volume dal titolo “Hovory lidí” (“I discorsi della gente”). E, sempre nel 1956, esce il primo saggio dedicato alla sua prosa, scritto da Václav Havel, che individua le novità della prosa hrabaliana e ne delinea i tratti distintivi, accostandolo per primo all’Hašek.

Nel 1959 ottiene una sovvenzione per la professione di scrittore da lui svolta che gli permette di lasciare il suo impiego presso il deposito di carta da macero e iniziare una nuova esperienza come macchinista di scena e come comparsa teatrale e, intanto, le sue opere iniziano ad avere sempre più vasta circolazione.

Dal 1962 lascia anche questo impiego per divenire, infine, scrittore di professione. Nel 1963 esce la raccolta di racconti “Una perlina sul fondo” [Hrabal2003: 151-267].

L’anno successivo escono “Gli stramparloni” [Hrabal20­03: 267-496] e “Lezioni di ballo per adulti e avanzati” (non tradotto in italiano).

A questo punto è necessario soffermarsi su un problema di traduzione. I termini pábit e pábitelé, indicanti un tratto fondamentale della poetica hrabaliana (cioè l’attitudine dei personaggi allo sproloquio), entrano di fatto nella lingua ceca. I libri di Hrabal causarono una vera e propria rivoluzione nella vita culturale ceca degli anni ‘60: finalmente un autore che aveva qualcosa di originale da dire e lo diceva in modo completamente diverso e originale e libero dai dettami e dalle costrizioni della tradizione letteraria. La possibilità ovvero l’impossibilità di tradurre le opere di Bohumil Hrabal in altre lingue è un argomento frequentemente discusso che mi permetto qui di riproporre, nell’anno del centenario della nascita dello scrittore ceco. In Italia è nota la frase attribuita allo stesso Hrabal <<Scrivo talmente male che i miei traduttori non sanno che pesci pigliare.>> [DiStefano1997: 29], e i lettori e gli studiosi cechi spesso lo considerano un autore esclusivamente ceco e perciò intraducibile e incomprensibile agli stranieri. Eppure Bohumil Hrabal è da tempo stimato e ammirato in vari paesi del mondo, Italia inclusa. In generale possiamo affermare che i traduttori dei testi di Hrabal in italiano hanno svolto molto bene questo arduo compito visto che l’autore è diventato uno dei più conosciuti e dei più letti tra gli scrittori cechi in Italia. Lo scopo di questo studio non è dunque di criticare il lavoro dei traduttori, ma piuttosto di richiamare l’attenzione sui vari problemi che si riscontrano traducendo i testi hrabaliani e sulle differenti soluzioni che sono state adottate.

La parola pábitelé viene usata con un significato volutamente plurimo. Il neologismo (ma non si tratta di un’invenzione di Hrabal: la parola sarebbe stata inventata dal poeta Jaroslav Vrchlický; Hrabal l’avrebbe sentita per la prima volta da Jiří Kolář, se ne impadronì e la rese famosa con un significato proprio.) indica i tipici personaggi delle sue opere narrative, è il titolo di una raccolta di racconti uscita per la prima volta a Praga nel 1964 e così s’intitola anche uno dei racconti. Ci soffermeremo quindi brevemente sulla storia delle traduzioni del termine in italiano e sulle vicende editoriali della raccolta, per passare infine a un confronto più dettagliato tra due traduzioni del racconto omonimo.

Il neologismo pábitel da decenni causa problemi ai traduttori. Già Angelo Maria Ripellino nella sua prefazione al primo libro di Hrabal uscito in Italia cerca di caratterizzare il tipico pábitel e traduce questa espressione con la parola “sbruffone”. <<Gli eroi di Hrabal sono in genere omini da nulla, che si ingegnano di accomodare alla meglio la propria vita nelle strettoie di un regime oppressivo. Con termine nuovo egli li ha definiti in un altro libro “pábitelé”, ossia sbruffoni. Si tratta di piccoli fantasticatori, di sviati, di parassiti: insomma di malsicuri e di offesi, che inventano senza risparmio universi lunatici nello squallore d’una nazione ridotta a provincia: innocui smargiassi, chiacchieroni indomabili, pieni di falso zelo e nutriti di trovatine sentimentali da vecchio corriere del cuore e di film e delle grigie riviste illustrate che circolavano nel periodo del comunismo: mitomani imbevuti di albagia distrettuale e con pretese di dozzinale cultura.>> [Ripellino1968: vi]. Il termine è stato poi per un certo periodo accettato dai traduttori italiani, pur non senza obiezioni. La sfumatura negativa della parola italiana non convinceva i colleghi più giovani di Ripellino e così nelle prefazioni e nelle recensioni veniva abitualmente accompagnata dalla parola ceca pábitel. Sergio Corduas dice a proposito: <<In quasi nessun caso dove in italiano si usa il normalissimo “sbruffone” si potrebbe usare in ceco pábitel.>> [Corduas2003: xxx], e precisa attenuando leggermente i tratti negativi descritti da Ripellino: <<Pábitel è colui che è capace di esagerare, poi che fa tutto con eccessiva passione e rischia dunque di sembrare ridicolo… è il contrappeso del personaggio civilizzato e intellettuale… è uno strumento del linguaggio… vede la realtà attraverso il diamante dell’ispirazione.>> [Corduas 2003: xxix]. Così, solo nel 2003, nella grande raccolta delle opere scelte [Hrabal2003] i curatori e i traduttori hanno deciso di sostituire sbruffone con il neologismo “stramparlone”.

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